Compriamo consapevoli: impariamo a leggere le etichette

Saper leggere correttamente le etichette alimentari è molto importante per un consumo consapevole. Per conoscere davvero cosa si “mette in bocca”.

Le etichette alimentari

Dal 1982 è obbligatorio indicare tutti gli ingredienti di un prodotto, in modo visibile e chiaro.

Tante più indicazioni sono presenti sull’etichetta e tanto migliore sarà quel prodotto, ad esempio “olio d’oliva extra vergine di prima spremitura” sarà meglio di “olio d’oliva” , il produttore è obbligato a rispettare per legge la veridicità di quello che scrive.

Oltre all’elenco degli ingredienti (in ordine decrescente per peso e anche l’acqua se supera il 5%); devono avere la denominazione di vendita (la descrizione del prodotto: “olio”, “maionese”, ect.); l’elenco degli additivi, il loro quantitativo e i termini di scadenza e le modalità di conservazione, nonché le norme di utilizzo

Di un prodotto alimentare dobbiamo sapere, e l’etichetta lo deve riportare, il nome del produttore, inoltre a quale lotto appartiene.

Una nota a parte la merita, riguardo l’elenco ingredienti, la dicitura “in proporzione variabile”, significa che la presenza degli ingredienti è pressoché identica. Attenzione, sempre riguardo la lista ingredienti, è molto importante verificare le diciture, nel senso che più sono generiche più il prodotto rischia di essere scadente. Se non viene indicato il tipo di formaggio o il tipo di olio usato per confezionare una salsa, per esempio, siamo sicuramente di fronte a un prodotto di serie B.

Aromi

Un caso a parte lo meritano anche gli “aromi”. Questa voce è da sempre molto sibillina. Non pensate a un “aroma” dalla provenienza esotica, o da coltivazioni biologiche, in genere sotto quel nome si celano sintesi chimiche di produzione industriale che ci ricordano o arricchiscono “quel” sapore. Se invece gli aromi sono “naturali” provengono direttamente dalla campagna.

Additivi

Altra voce da leggere oculatamente: gli additivi.

Sono sostanze legali, ma di origine chimica, in genere servono per dare un dato colore al prodotto o per garantirne la morbidezza (nel caso di creme, salse, formaggi morbidi, ect.) anche dopo un lungo periodo di tempo. Alcuni impediscono che si ossidi, altri ne modificano alcune caratteristiche. Gli additivi sono le famose sigle intellegibili che spesso troviamo nelle etichette. Quasi sempre iniziano con la lettera E seguita da un numero. Per esempio tutte le cifre tra E100 ed E199 indicano l’utilizzo di coloranti. E 400 tutti i gelificanti, emulsionanti, addensanti. Se la cifra è E200 in su indica invece l’impiego di altri generi di edulcoranti. Gli additivi sono legali in tutta Europa, ma è sempre meglio, viste le controversie medico-scientifiche a loro carico, preferire prodotti senza additivi o con una loro presenza molto bassa.

Ecco perchè conviene sempre acquistare prodotti freschi e processati il meno possibile, proprio per evitare di ritrovarvi nel piatto una serie di EEEEE…

Peso

E’ molto importante che l’etichetta riproduca il peso netto, o il volume netto, del prodotto. Per quanto riguarda i prodotti conservati in liquidi, come le olive, o la mozzarella, l’etichetta deve indicare anche il peso sgocciolato. Se ciò non accade meglio lasciare il prodotto sullo scaffale.

Data di scadenza

Una cosa che quasi tutti guardiamo: la data di scadenza. A parte in alcuni casi, come il latte, dove è tassativa, in genere si usa la formula “da consumarsi preferibilmente entro”.

Ciò significa una cosa molto importante;  non è che dopo quella data il prodotto è nocivo, ma che alcune sue caratteristiche possono essere alterate. Quindi non è più “buono” come appena comprato. In realtà, molti prodotti sono consumabili anche dopo la data di scadenza;  tanto che stanno nascendo, soprattutto nel nord Europa, commerci di prodotti “scaduti” a prezzi più bassi. L’unica attenzione è da prestare ai prodotti “freschi”, con le loro date di scadenza non c’è da scherzare (uova, latte, carne, pesce, ect.), in questi casi la dicitura dovrebbe parlare chiaro, sparisce il “preferibilmente”, e c’è scritto “da consumarsi entro”.

Altra cosa importante è la sua di facile lettura.

Questa è purtroppo una regola che non viene sempre seguita. Nello specifico la data deve indicare: giorno, mese e anno per i prodotti da consumare entro tre mesi, mese e anno per i prodotti a conservazione più lunga, meno di 18 mesi. L’anno di scadenza per alimenti come verdure in scatola, come pelati, fagioli, ect.

Parrà singolare ma l’indicazione della data non è obbligatoria per i prodotti dell’orto freschi, aceto, vino, supercolici, sale e zucchero.

Evitiamo di scegliere un prodotto per il suo più lungo tempo di conservazione. Un tempo di conservazione inferiore significa meno conservanti o ingredienti più pregiati.

 

Modo di consumo

L’etichetta deve inoltre contenere un’altra informazione importante: come consumare il prodotto. Un esempio sono i surgelati o le carne, che se etichettati correttamente contengono la dicitura “consumare previa cottura”. Informazioni importanti perché indicano la filiera del prodotto, il suo produttore e se l’etichetta non le contiene è diritto del consumatore segnalare agli organi competenti l’alterazione.

Valori nutrizionali

Un discorso a parte va fatto per le etichette nutrizionali. Molto spesso i produttori vogliono far apparire dietetici alimenti che non lo sono.

L’unico modo per evitare questo inconveniente è fare sempre attenzione alla quantità a cui le calorie sono riferite.

Se un prodotto apporta 30 Kcal per 100 gr allora è veramente dietetico, mentre se un prodotto ne apporta 30 per 100 ml non è dietetico. Ma spesso, nel secondo caso, viene reclamizzato come dimagrante.

Una fatto simile accade per gli zuccheri. Come abbiamo detto, nella lista ingredienti dovrebbero essere riportati in ordine decrescente per quantità. Molto sovente accade che bevande, o cibi, zuccherati non appaiano tali nell’etichetta. Questo perché il produttore ha usato un escamotage. Ha suddiviso gli zuccheri per tipologia (tipo fruttosio, destrosio, zucchero di canna, ect.) e li ha “sparpagliati” per l’elenco. In questo modo può vantare un prodotto non ad alto contenuti di zuccheri quando invece lo è. Se unito al trucco di indicare le calorie riferite ai 100 millilitri, nelle bibite accade spesso, l’alimento potrà sembrare dietetico mentre invece apporta molte calorie.

Altre affermazioni da verificare.
Se un alimento viene definito come “a basso contenuto calorico” non può avere più di 40 Kcal per 100 grammi, e non superare le 20 calorie per 100 millilitri. Altrimenti ha un apporto calorico normale. Se è a “ridotto contenuto calorico”, la riduzione effettiva deve essere di almeno del 30% rispetto a un prodotto analogo (basta confrontarlo con un altro presente nello “scaffale”) e devono essere indicate, per legge, le azioni compiute per ottenere questa riduzione. Lo stesso per i “senza zuccheri”. Per essere correttamente definito così un alimento non deve averne più di 0,5 grammi per 100 grammi o 100 millilitri. Se la dicitura è “senza zuccheri aggiunti” non deve contenere lattosio, fruttosio, glucosio, destrosio, maltosio e tutti i prodotti con proprietà dolcificanti come, per esempio, il miele.

Va precisato precisato che le etichette nutrizionali non sono obbligatorie anche se ormai le grandi catene di distribuzioni le applicano ai loro prodotti alimentari.

Le tabelle nutrizionali diventano obbligatorie quando la pubblicità stessa ne indica delle proprietà;  quali “snellente”, “dimagrante”, “tonificante”, ect., in questo caso deve riportare il perché il prodotto ha queste caratteristiche. Una corretta tabella nutrizionale deve documentare oltre all’apporto calorico la quantità di carboidrati, grassi e proteine; inoltre zuccheri, fibre alimentari, acidi grassi saturi e sodio.

 

I prodotti biologici

Un altro mercato molto fiorente ma spesso culla di “truffe” è quello dei prodotti biologici.

Spesso vengono infatti venduti come tali cibi che non lo sono. Anche in questo caso l’etichetta “parla” perché la legge ha stabilito dei criteri ferrei. Non è biologico un alimento che contiene nella lista ingredienti Ogm, o che è stato sottoposto durante la lavorazione a particolari radiazioni per aumentarne la crescita o evitare la nascita dei germogli (come per le patate e le cipolle).

Detto questo, le etichette sono di tre tipi:

  1. prodotto da agricoltura biologica“. Viene applicata su alimenti composti da ingredienti per il 95% provenienti da tale cultura; che abbiano ottenuto la certificazione dell’organismo di controllo autorizzato. Il restante 5% degli ingredienti utilizzati di origine agricola o non agricola (es additivi, aromi, acqua, sale ecc) sono compresi nell’elenco dei prodotti autorizzati.
  2. prodotto con almeno 70% di alimenti da agricoltura biologica“. In questo caso non si può ritenere l’alimento a pieno titolo “naturale”. Nell’elenco degli ingredienti devono essere indicati con un asterisco, compresa la loro presenza in percentuale, quelli provenienti da coltivazioni “bio”. Anche in questo tipo di etichetta è obbligatorio segnalare l’organismo di controllo
  3. prodotto in conversione all’agricoltura biologica“. In poche parole il prodotto è biologico, è stato fatto rispettando i disciplinari, ma l’azienda è in attesa della certificazione ufficiale dell’organismo di controllo.

Prodotti Equosolidali

Un altro mercato che “tira” molto ed è spesso all’origine di inganni è quello dell’Equosolidale.

I prodotti del Commercio Equo e Solidale hanno, infatti, il loro marchio: Fairtrade, che funge da garanzia. Fairtrade Italia è una Onlus senza scopo di lucro che diffonde i prodotti del mercato equo e fa parte di un consorzio di altre 20 realtà internazionali che si occupano di tale commercio.

La presenza di questo marchio è fondamentale per sapere che quello che stiamo comprando è stato prodotto senza sfruttare nessuno, rispettando ambiente e biodiversità e a un prezzo, appunto, equo.

Attenzione quindi al marchio FAIRTRADE per essere certi di non essere ingannati.

Le più complete

Le etichette più complete, sembrerà un paradosso, sono quelle delle acque minerali che devono contenere almeno 48 parametri. Mancano all’appello, nel senso che sono facoltative, solo alcune cose. Una è la data di scadenza e l’altra è il consiglio di non disperdere l’involucro nell’ambiente.

Etichette speciali:

Le uova:

non fermatevi a ciò che trovate scritto sulla confezione esterna; le uova infatti ci dicono tutto di loro grazie a quel codice (che in pochi sanno tradurre) presente sul loro guscio! Vi sveliamo il mistero:

0 IT 045 TO 001

La prima cifra indica il tipo di allevamento: 0 corrisponde all’allevamento biologico, 1 a quello all’aperto, 2 a terra, 3 in batteria. Lo 0 del biologico, in particolare, indica sia l’alimentazione della gallina che lo spazio che ha a disposizione per razzolare.

La seconda e la terza lettera rappresentano la sigla del paese di produzione (IT per l’Italia), mentre i 3 numeri successivi sono un codice che indica il Comune, seguito dalla sigla della Provincia.

Le ultime 3 cifre sono il codice attribuito dalla ASL ad ogni singolo allevamento.

Sotto questo codice troviamo la data di scadenza o (ma è facoltativa) quella di deposizione; in ogni caso, basta sapere che le uova hanno una scadenza di 28 giorni, perciò si può comunque facilmente risalire anche alla data di deposizione.
Ultima cosa: la categoria che compare sulle confezioni indica la qualità delle uova: A (uova alimentari), B (uova di seconda scelta), C (uova per uso non alimentare, ma industriale).

Ora che sappiamo leggere queste indicazioni, possiamo scegliere non solo uova fresche e biologiche, ma anche uova prodotte il più possibile vicino a noi!

Le carni

E cosa dire delle carni? Dopo tutti gli scandali alimentari legati a questo alimento, crediamo che conoscere la filiera produttiva della carne (e imparare ad individuarla dalla sua etichetta) sia un primo ottimo passo per garantire i nostri consumi (possibilmente moderati!).

L’etichetta deve quindi contenere:

  • un numero o un codice di riferimento che evidenzi il nesso e legame tra le carni e l’animale di origine; il numero può essere il codice di identificazione del singolo animale; da cui provengono le carni o il numero di identificazione di un gruppo di animali;
  • nome dello Stato membro o del paese terzo in cui è situato il macello.La dicitura è: “Macellato in + nome dello Stato + numero di approvazione”;
  • nome dello Stato membro o del paese terzo in cui è situato il laboratorio; la dizione prevista è: “Sezionato in + nome dello Stato + numero di approvazione”;
  • nome dello Stato membro o del paese terzo in cui è nato l’animale;
  • nome dello Stato membro o del paese terzo in cui è stato effettuato l’ingrasso (ossia la crescita e l’allevamento).

Nella vendita al dettaglio tutte le informazioni sugli animali e la provenienza della carne devono essere riportate  su un cartello accanto al bancone.


Non sò chi sia arrivato in fondo a questo lungo e interminabile articolo; ma credetemi avrei potuto scrivere molto ma molto di più. L’argomento è vastissimo e a mio avviso interessantissimo. Cosa comunque ci portiamo a casa di tutto ciò:

  • Al supermercato preferiamo alimenti con un basso contenuto di additivi: facciamo la spesa usando il cervello e non gli occhi; se il colore di un alimento è troppo appariscente, confrontiamolo con il prezzo. Se costa poco sicuramente sono stati impiegati coloranti artificiali;
  • Preferiamo i cibi freschi, evitiamo i cibi precotti e confezionati nei quali l’uso di additivi è spesso importante;
  • Riscopriamo la cucina tradizionale utilizzando ingredienti naturali e di qualità.

 

Maria Carla Libè

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